Attualità
Un notevole risveglio d’interesse per Caterina si avverte sullo scorcio del XIX secolo con la pubblicazione della Storia di S. Caterina da Siena e del Papato del suo tempo, del card. Capecelatro (1856), la figura della Senese attira l’attenzione di due studiosi britannici: Theodora Drane, autrice di una notevole biografia (1911, trad. in italiano) basata su fonti documentarie, inquadra, con i profili dei discepoli, la figura di Caterina nell’ambiente della sua famiglia spirituale; Edmund Gardner spinge più in là lo sguardo e la prospetta nell’ambiente religioso, letterario, storico dell’Italia trecentesca (1907). Nel corso della ricerca egli scopre otto lettere inedite, che portano a 381 il numero di quelle che costituiscono l’Epistolario.
A questo punto, le audaci intromissioni nella vita politica, la franchezza di Caterina nell’ammonire anche le maggiori autorità, a profondità del pensiero che traspare nel suo dettato, decisamente personale ed efficace, apparivano incompatibili con il livello sociale della famiglia, la sua giovane età e la mancanza d’istruzione. Si presentava pertanto la necessità di una ricerca e una valutazione critica della figura di Caterina, vita e opera.
A questo lavoro si dedicò nel primo ventennio del secolo Robert Fawtier, e le sue conclusioni furono nettamente negative: egli negò a Caterina la paternità dei suoi scritti, e mise in dubbio la sincerità delle fonti biografiche, inquinate, a suo parere, dal desiderio di giungere al più presto al traguardo della canonizzazione.
La sua critica negativa non tardò a suscitare reazioni positive: nel 1936 la Università di Siena istituiva una Cattedra Cateriniana per lo studio critico e la pubblicazione delle Fonti Biografiche. L’attività della Cattedra fu interrotta nel 1942 per le difficoltà create dalla seconda guerra mondiale. Frattanto (1940) l’Istituto Storico per il Medioevo pubblicava il primo volume dell’Epistolario nella edizione critica curata dal Dupré Theseider. Nuove edizioni de Il Dialogo erano basate sul testo dei più antichi e attendibili codici; M. Fiorilli riproduceva quello del senese I.II.9 (1912) e I. Taurisano presentava il Casanatense 292 (1928, 1947). Questo stesso codice era pubblicato da G. Cavallini (1968, 1995 ed. crit.) che ripristinava lo schema originario dell’opera, manomesso da uno stampatore del ‘500: la sua divisione del testo in quattro “trattati”, del tutto arbitraria, era stata costantemente riprodotta nelle edizioni successive.
L’Epistolario nella successione cronologica proposta dal Tommaseo (1860), ha varie edizioni durante il secolo; quella curata da P. Misciattelli (1913, 1970) presenta una interessante innovazione: alcune lettere dei discepoli in appendice.
L’anno 1980, sesto centenario della morte di s. Caterina, registrava un forte incremento d’interesse per la figura e l’opera della Senese, interesse che si può rilevare anche dalle numerose traduzioni dei suoi scritti, pubblicate in quegli anni. Particolarmente notevole la traduzione inglese della Legenda Maior dal testo latino originale, introdotta da un ampio studio sul suo autore, Raimondo da Capua, opera di C. Kearns O.P. (Dublin 1980). Contemporanea quella di 60 Lettere e di alcune sezioni de Il Dialogo a cura di K. Foster M. J. Ronayne (London) e quella de Il Dialogo, di S. Noffke (New York). Continua negli anni seguenti una intensa pubblicazione degli scritti cateriniani tradotti in varie lingue, e nuove edizioni di precedenti traduzioni: in Francia, Dialogo ed Epistolario. In Spagna tutte le Obras nella nuova traduzione di J. Salvador y Conde; il Dialogo tradotto in portoghese, preceduto da un cenno biografico, è pubblicato in Brasile (1984). Mentre è prigioniero dei comunisti, G. Czerto traduce in ungherese le Lettere e Il Dialogo (Budapest, 1983). E’ del 1986 la pubblicazione de Il Dialogo in lingua croata (Split), del 1987 quella in giapponese.
Nel 1988 L. Grygiel offre ai lettori polacchi una scelta di 101 Lettere da lei tradotte e annotate; nello stesso anno viene alla luce la traduzione inglese, di S. Noffke, delle 88 Lettere pubblicate dal Dupré Theseider (New York). In seguito la Noffke concepisce il progetto di un ordinamento cronologico dell’Epistolario fondato su criteri linguistici: la maggiore/minore ricorrenza di determinate espressioni – impresa ardua, da lei effettuata con grande impegno, grazie alla sua precedente computerizzazione di tutti gli scritti cateriniani. Il primo dei quattro volumi previsti per questa nuova presentazione delle Lettere è stato pubblicato nel 2000, il secondo nel 2001 (Tempe, Arizona).
Sorgeva frattanto in Parigi, a iniziativa dei padri Domenicani, presso la Bibliothèque du Saulchoir, una associazione che si proponeva studio e diffusione del messaggio cateriniano. Ad essa si deve la traduzione in un squisito francese de Il Dialogo e delle Orazioni (Paris, 1992), effettuata da L. Portier, così fedele da dare quasi l’illusione di leggere il testo originale.
In questa panoramica, che attesta il largo campo d’interesse per Caterina da Siena, s’inserisce il Congresso Internazionale di Studi Cateriniani promosso dall’Ordine Domenicano a celebrazione del centenario cateriniano (Roma, aprile 1980), alla cui organizzazione il Centro Nazionale di Studi Cateriniani dava una efficace collaborazione, e offriva poi interventi sulla base di ricerche effettuate da alcuni suoi membri. Contemporaneamente il Convegno Cateriniano- Bernardiniano celebrava in Siena la coincidenza della data di nascita di Bernardino con quella della morte di Caterina. I due convegni avevano soddisfacenti risposte da studiosi di varie nazionalità.
Come si giustifica un così vasto interesse e tanta attività per una popolana illetterata, vissuta in un mondo tanto diverso dal nostro? L’attualità di Caterina è semplicemente lei stessa, la splendida umanità che traspare dai suoi scritti, quel suo carattere che la muove ad agire decisamente come la coscienza del dovere le detta, il suo andare deciso allo scopo senza perdere di vista le esigenze degli altri, i diritti di ogni persona. Questo suo modo di agire, esemplare per tutti, lo è in modo particolare per la donna di oggi, che nella ottenuta parità di diritti deve far fronte a impegni antichi e nuovi, dalla famiglia alla politica e ai grandi problemi sociali che sono in attesa di risposte adeguate.
Caterina non si agita, non reclama diritti; supera tranquillamente, quasi ignorandoli, i tabù che nel suo tempo intralciano l’azione della donna; non chiede autorizzazioni o sostegni per parlare francamente a chiunque ritenga opportuno mettere in guardia, o spronare, o rimproverare, siano pure papi o regnanti; ma sa farlo senza offendere, senza venire meno al rispetto dovuto ad ogni persona in quanto tale, qualunque sia il suo grado nella scala sociale; sa infatti che ciascuno è responsabile di se stesso, perché Dio ha fatto l’uomo “libero e potente sopra di sé” (
L. 177).
Caterina vive pienamente la sua umanità; è autentica donna, cioè signora, e le piace rilevare il significato del termine nel confronto con ‘femmina’, che a lei suona debolezza e incostanza. Così nel rimprovero a Giovanna di Napoli che, dopo aver riconosciuto e festeggiato Urbano VI come papa legittimo, ora parteggia per Clemente: la sua incostanza le aliena i sudditi che hanno trovato in lei doppiezza, “non condizione d’uomo con cuore virile, ma di femmina … che si volge come la foglia al vento” (
L. 217).
Pienamente donna è quella che la Scrittura chiama ‘forte’; che sa provvedere alla famiglia, che educa i figli con fermezza e comprensione, guardandosi dal far pesare sulle loro scelte il proprio interesse. Perciò l’invito ad agire virilmente, che Caterina rivolge a uomini come a donne, trova in lei una risposta piena nella unione di una virile forza d’animo con quella squisita apertura materna, che le vale l’appellativo ‘mamma’ da parte dei discepoli, anche se più anziani di lei. Una piena maternità include il dovere di rispettare gl’impegni dei figli, e Caterina non esita a ricordarlo a Lapa, sua madre quando, infastidita dalle chiacchiere che si vanno facendo in Siena sulle sue assenze, le chiede di affrettare il ritorno da Avignone. Ma lei, le risponde, che non va in giro a piacere: attua un preciso dovere. Poi dolcemente la tranquillizza: il ritorno è ormai vicino! (L. 240).
E’ ovvio che Caterina non può risparmiare i suoi richiami a uomini che per scarsa capacità di determinazione, o di fronte a pericoli imminenti si mostrino esitanti: a Gregorio XI va più volte l’invito ad essere ‘uomo virile e non timoroso’, mentre a Urbano VI Caterina dovrà raccomandare di tenere a freno gl’impeti del suo carattere.
Quando Raimondo da Capua, inviato dal papa al re di Francia, si ferma a metà strada perché ha saputo che si sta cercando di toglierlo di mezzo, Caterina lo rimprovera di aver agito come la ‘femmina’ che ritrae la mano per paura del martello, e come l’asino che butta a terra la soma! (L. 344).
La coscienza di agire per attuare un dovere, che è implicito nel precetto dell’amore, è il segreto del coraggio e della fermezza di Caterina. Coraggio per assistere lebbrosi e appestati, senza badare alla possibilità del contagio. Coraggio per scendere nella prigione per confortare un condannato a morte e trasformare la sua disperazione nell’attesa giuliva di un invito a nozze; e attenderlo sul patibolo e aiutarlo a poggiare il capo sul ceppo. Coraggio per affrontare le insidie del soggiorno nell’ambiente ostile di Avignone, e saggezza nel mettere a nudo le trame di chi cerca d’impedire il ritorno del papato a Roma: li tratta da ‘bamboli’ che dovrebbero andare a imparare il mestiere!
La missione in Val d’Orcia le vale un severo richiamo dal governo senese che non vede di buon occhio il suo soggiorno presso i Salimbeni, considerati nemici dello Stato, e lei, quasi giocando con le parole, risponde che lì non si tratta di fare ‘trattati’ ma di metter pace in quella litigiosa famiglia, e restaurare un modo di vita civile e cristiano negli abitanti della valle, “insalvatichiti”, cioè abbruttiti, dalle contese dei signori. E lì rimane finché occorre (L. 112).
L’incarico di riconciliare Firenze con la Chiesa la porta a sfiorare la morte, e invece di rallegrarsi dello scampato pericolo, Caterina si lamenta della ‘beffa’ che le ha fatto lo Sposo, togliendole la possibilità, appena intravista, di dare il suo sangue per la Chiesa (L. 285).
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Rutilio Manetti, Santa Caterina da Siena scrivente,
sec. XVII (terzo decennio)
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Con l’inizio dello Scisma d’Occidente (20.IX.1378) si apre per Caterina un periodo intensamente penoso e attivo: la scissione della Chiesa e il danno spirituale della gente, le nuove discordie negli Stati Europei, l’affliggono profondamente e la invitano a una insistente preghiera e all’azione. Tutto il periodo del soggiorno romano, dallo scorcio del novembre 1378 fino alla morte, Caterina intensifica la sua attività epistolare a sostegno a Urbano VI, papa legittimo: non la pretesa invalidità della sua elezione, ma i modi bruschi del suo agire per il risanamento del clero, cardinali inclusi, sta alla radice della ribellione, e Caterina lo dimostra a rigore di logica: se gli stessi cardinali che hanno presentato Urbano come vero papa, e gli hanno reso omaggio e ne hanno avuto risposta alle loro richieste, ora affermano il contrario, l’una o l’altra volta hanno mentito: sono dunque bugiardi e non si può crederli (L. 210).
In questa lotta “si consuma e distilla” la vita di Caterina. Così esaurita da sembrare un cadavere ambulante, va ogni mattina a San Pietro, e vi rimane tutto il giorno, digiuna, a pregare per la ‘navicella’ pericolante (Lett. 373). E’ tormentata nello spirito e nel corpo, ma non si dà per vinta: a ogni costo deve compiere quanto sente come suo dovere, e alla vigilia del beato transito può affermare: “Vanagloria no: vera gloria in Cristo crocifisso” (cfr. Legenda Maior, § 365), perché, come Lui, è stata fedele al dovere fino alla morte.
Nella pronta risposta alle varie richieste del dovere, sta la vasta, perenne attualità di Caterina da Siena.
Testi a cura di Giuliana Cavallini
Corredo iconografico a cura di Diega Giunta