Le opere letterarie
La produzione letteraria di Caterina da Siena si riassume in tre titoli: Epistolario, Dialogo, Orazioni.

Ignoto Incisore, S. Caterina da Siena e i destinatari delle sue Lettere (indicate dai cartigli), in Epistole scelte di S. Caterina da Siena, Bologna, J. J. de Fontanensis Regiensis, 1492, f. 2 |
L’Epistolario accompagna tutto l’arco della sua vita attiva, dai vent’anni alla vigilia della morte. Consta di 381 lettere, alcune delle quali rinvenute recentemente; non è quindi da escludersi che il numero possa aumentare. Destinatari sono uomini e donne di ogni stato e livello sociale: papi e cardinali come semplici religiosi e giovani novizi; monarchi e governatori di Stati e capi di famiglia; letterati e artigiani, monache e giovani irrequieti, fino agli emarginati del tempo.
Lo schema è costante: Caterina dichiara di scrivere non nel proprio nome ma in quello di Cristo e di Maria, e questo la rende capace di esprimere francamente un messaggio che può essere esortazione, rimprovero o lode, sempre accompagnato dal prospetto delle diverse conseguenze che ne possono derivare, e riassunto nella conclusione della lettera. L’Epistolario presenta un quadro completo dell’ideale cateriniano rispetto al buon governo così della comunità ecclesiale come di quella civica, e della famiglia, che ne sta alla base, e particolarmente di ogni uomo, libero nella scelta del suo agire, e perciò responsabile della scelta. Il senso della responsabilità è indispensabile in chi deve governare: è necessario per lui, più che per chiunque altro, sedersi come giudice sulla sedia della coscienza ed ivi “tenersi ragione”, cioè vagliare le sue azioni nella luce della verità.
Soltanto allora potrà esercitare l’autorità e la giustizia rettamente, senza favoritismi e con attenzione alle necessità dei socialmente deboli e dei poveri. Caterina sa quel che dice, e non esita a denunciare le deviazioni, perciò il suo Epistolario rispecchia al vivo la società del suo tempo e costituisce una non trascurabile fonte storica. E’ stato infatti inserito dall’Istituto Storico per il Medioevo nelle “Fonti per la Storia d’Italia”.

Il colloquio estatico di S. Caterina da Siena trascritto da tre scrivani, in Dialogo, trad. lat. Guidini, sec. XV, Venezia, Biblioteca Marciana, Ms. 9763, f. 51r
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Il Dialogo, dettato tra l’autunno del 1377 e l’ottobre del ’78, segna il periodo della piena maturità di Caterina. Le sue lettere e la sua presenza in Avignone hanno ottenuto il ritorno del Papato a Roma, sua sede legittima, ma questa non è che la premessa all’attuazione del programma che ella propone a Gregorio XI per la pacificazione del mondo, programma che s’incentra nella riforma del clero, del cui degrado morale il breve soggiorno in Avignone le ha dato una penosa conferma. Sradicare le piante spinose e fradice che infestano il giardino della Chiesa, e sostituirle con piante sane non è impresa facile, e perciò Caterina, appena tornata a Siena, si era fatta premura di sostenerla con la preghiera, trasformando l’antica fortezza di Belcaro nel monastero di S. Maria degli Angeli.
Sullo scorcio dell’estate è a Rocca d’Orcia dove si adopera di condurre a una intesa pacifica due rami della famiglia Salimbeni, e restaurare la pace negli abitanti della Val d’Orcia, “inselvatichiti” dalle contese dei Signori. Da una lettera di Raimondo da Capua è informata di quel malcontento che già serpeggia e tra non molto esploderà nello scisma. Contristata, Caterina implora misericordia per tutti, e per sé chiede luce di verità che alimenti la fiamma dell’amore. E’ questo lo spunto de Il Dialogo.
La risposta è anzitutto un invito a levare la mente a Dio per conoscere in Lui la dignità e bellezza della natura umana, specchio della divina perfezione, chiamata a parteciparla in unione di amore. L’accettazione, o il rifiuto dell’invito, segna la storia di ogni essere umano, e dell’intera umanità: alla superba ribellione dell’uomo risponde la umiliazione del Dio costretto dall’amore a donarsi; la via al Padre, interrotta dal peccato, è ripristinata dal Verbo, che nella unione della natura umana con la sua divinità, si fa ponte tra cielo e terra. Gli scaloni del ponte segnano la graduale ascesa del viandante da un amore imperfetto, legato al timore del proprio danno, all’amore perfettissimo che è immedesimazione con l’amato.
Alla via del Ponte tutti sono invitati, nessuno costretto: l’uomo, intelligente e libero, deve saper fare la sua scelta. Se imboccherà la “via di sotto”, la fiumana delle passioni lo trascinerà all’acqua morta del non-amore; se andrà per il ponte la mano provvidente del Padre lo assisterà nell’ascesa fino al sommo grado dell’amore.
La via è solida e sicura: la misericordia la ripara dalla “pioggia della giustizia”, e la piccola cella che sta sul Ponte custodisce il Pane e il Vino a conforto del viandante nella fatica dell’ascesa. La via è illuminata dalla luce della ragione potenziata dalla fede, luce che si fa splendore solare nella Eucaristia, suprema manifestazione dell’Amore divino.
Di qui parte il discorso sulla Chiesa e su i suoi ministri: il problema che grava sull’animo di Caterina, quello della riforma del clero, quello che ha dettato le sue lettere a Gregorio XI, e si è fatto nel Dialogo invocazione di misericordia. Qui viene affermata anzitutto la suprema dignità del sacerdozio e inalterabilità della efficacia della azione sacramentale, indipendente dal merito di chi la compie, per poi passare alla esposizione dei “difetti dei ministri”, che non intaccano l’efficacia del sacramento, ma lo profanano.
La dottrina sul “Corpo mistico della santa Chiesa”, cioè sul ministero sacerdotale si conclude in un ardente appello a Dio, luce e fuoco, perché provveda alla sua Sposa, in virtù del Sangue di Cristo, che è “nostro” perché donato a noi senza riserva.
Questa sezione segna il termine della via del ritorno al Padre, aperta a ciascuna persona. Poi a Caterina si presenta il percorso storico della umanità nella prospettiva della Provvidenza: creazione, promessa di redenzione, che tiene viva la speranza, redenzione attuata in Cristo, partecipata in modi diversi e per diversi itinerari a ogni creatura umana. Si conclude nella lode della povertà, che libera l’anima dalla schiavitù dei beni materiali e l’apre all’azione dello Spirito.
La parabola della vicenda umana, segnata al suo inizio dalla ribellione, si conclude nella obbedienza del Verbo incarnato. Manifestando, sulla croce, la Verità dell’Amore divino, Egli attrae a Sé il cuore dell’uomo e gli ridona la sua dignità: le stesse forze della natura tornano ad essergli soggette. L’ultima parola dell’eterno Padre è la proclamazione della salvezza nella sequela del Verbo. La conclusione è un inno di lode alla Trinità per le profondità del mistero aperte alla mente di Caterina, e la sua supplica: “Veste veste me di te, Verità eterna, sì che io corra questa vita mortale con vera obedienza e col lume della santissima fede, del quale lume pare che di nuovo inebri l’anima mia”(Dial., c. 167).
Questo ritorno alla richiesta iniziale – seguire la Verità e vestirsene – evidenzia nella Verità stessa, ricercata e comunicata, il filo conduttore de Il Dialogo che per la profondità e purezza della dottrina rimane, tra le opere di Caterina, quella che ha avuto maggior peso per il riconoscimento a lei del titolo di Dottore della Chiesa universale.
S. Caterina in preghiera, in Orazioni in volgare italiano, sec. XV, Siena, Biblioteca Comunale, Ms. T. II. 7, f. 161r |
La maggior parte delle Orazioni s’inserisce nel suo ultimo periodo di vita, quello del soggiorno in Roma. Il colloquio con la Divinità è pertanto improntato dalla grave situazione conseguente l’inizio dello Scisma d’Occidente, che sollecitava l’intensa azione di Caterina a difesa del papa legittimo contro l’antipapa. A differenza dalle altre opere, le Orazioni non furono dettate, ma semplicemente dette: Caterina pronunciava le parole del suo colloquio con Dio, e quei discepoli che si trovavano vicino a lei le trascrivevano. Questo piccolo volume ha pertanto il grande pregio d’inserirci nel ‘filo diretto’ del rapporto di Caterina con l’Ineffabile.
Consapevoli del valore di quanto Caterina aveva insegnato, i discepoli non tardavano a darsi da fare per diffondere i suoi scritti, dapprima mediante l’opera degli amanuensi, poi con la stampa non appena questa nuova arte fu entrata in Italia. Nel 1472 l’Azzoguidi stampava Il Dialogo, in Bologna, e di lì a venti anni il Fontanesi offriva un primo timido saggio dell’Epistolario, pubblicando trenta Lettere (Venezia, 1492). Ma di lì a otto anni veniva alla luce la splendida edizione di Aldo Manuzio con circa 360 Lettere seguite dalle 26 Orazioni (Venezia, settembre 1500). All’inizio del secolo XVIII Girolamo Gigli pubblicava la Opera omnia cateriniana, insieme con la Legenda Maior in traduzione volgare, con l’intento di dimostrare la pari, o addirittura superiore validità dell’idioma senese rispetto al fiorentino dei Cruscanti, e col suo sarcasmo attirava sul suo Vocabolario Cateriniano lo sdegno del Granduca di Toscana che condannava il volume al rogo!
Nella edizione dell’Epistolario il Gigli aveva seguito la tradizionale divisione delle Lettere nelle due serie dei destinatari, ecclesiastici e laici. Ma nel secolo seguente Niccolò Tommaseo intuiva che, disposte in ordine cronologico, le Lettere avrebbero offerto maggiori aperture sugli eventi che le avevano provocate, e miglior comprensione del loro messaggio. La sua edizione dell’Epistolario (1860) è il risultato di questa geniale intuizione, che la mancanza di mezzi adeguati gl’impedì di attuare pienamente. La numerazione da lui data alle Lettere è tuttavia divenuta quasi ufficiale, ed è stata seguita nelle edizioni successive.
Nel primo volume della edizione critica (1940) E. Dupré Theseider presentava in successione cronologica 88 Lettere, quelle da lui collocate nel periodo anteriore al gennaio 1377. Egli non poté condurre al termine questo immane lavoro, attualmente proseguito dal prof. A. Volpato.
I discepoli di Caterina non tardarono a rendersi conto che per far conoscere i suoi scritti ai “letterati” non bastava moltiplicarne le copie: occorreva tradurli in latino perché quei “grandi” non si abbassavano a leggere il “volgare”! E senza indugio si applicarono alla traduzione del Dialogo e delle Orazioni. Ciò contribuì anche alla loro diffusione oltre le Alpi: nella traduzione latina Il Dialogo ebbe nuove edizioni in Germania ancora nel secolo XVII. Ma frattanto si facevano strada i nuovi idiomi emergenti dagli antichi ceppi linguistici. Nel 1519 Winkin de Worde pubblicava in Londra la traduzione inglese del Dialogo sotto lo strano titolo di The Orcherd of Syon, giustificato dal fatto che l’opera, tradotta nel secolo precedente a beneficio delle monache di Syon Abbey, era presentata come una piacevole passeggiata nei viali di un bel frutteto. Traduzioni de Il Dialogo e degli altri scritti nei nuovi idiomi non tardarono a seguire, rinnovandosi col rinnovarsi del linguaggio fino ad oggi. Attualmente la parola di Caterina può essere letta nella grande maggioranza delle lingue europee, e anche in giapponese.