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Giuliana Cavallini
e il Centro Nazionale di Studi Cateriniani

Giuliana Cavallini

In una collaborazione cordiale e fattiva con la prima Presidente (1963-1976), prof. Luigia Tincani, proseguita con la prof. Anna Maria Balducci, Giuliana Cavallini è stata la mente e il cuore del Centro Nazionale di Studi Cateriniani sino al 29 marzo 2004, giorno della sua improvvisa morte.
Lascia una eredità preziosa: quello che in circa un quarantennio di direzione è riuscita a fare del C.N.S.C. Il suo contributo agli studi cateriniani apre ad ulteriori approfondimenti e indirizza a filoni nuovi di ricerche sulla Senese, donna e santa del Trecento di estrema attualità anche per noi chiamati a tessere la storia del secolo XXI.
Di intelligenza versatile acuta vivace, di vasta cultura, Giuliana Cavallini sapeva cogliere con immediatezza l’essenziale delle argomentazioni e dei problemi che affrontava nello studio come nella vita con piglio generoso e tenace. Incarnava con signorilità e semplicità i tratti della cateriniana ‘donna virile’, segno rivelatore che il suo approccio e la sua profonda conoscenza di Caterina avevano travalicato i vasti, e pure sempre angusti, confini dell’intelletto per divenire linfa vitale che tutto in lei vivificava e contrassegnava.
Studiosa cateriniana di fama mondiale donava con amabile generosità la risposta rapida e puntuale ad ogni richiesta: la risposta riservata per un riferimento in una allocuzione o in un documento pontificio; la risposta di aiuto al ‘novellino’ che si trovava a dover navigare nel mare magnum delle opere e degli studi sulla Senese; la risposta a giovani studenti per avviare o portare a termine la tesi o la delucidazione affettuosa alla richiesta di un ingenuo devoto; la collaborazione senza risparmio all’organizzazione di Convegni avevano dalla Cavallini la medesima accoglienza: si trattava di far conoscere e amare Caterina, sua madre e maestra.
La sua crescente notorietà, supportata dalla scientificità dei suoi studi, rifluiva in stima all’opera da lei diretta, il Centro Nazionale di Studi Cateriniani.

È questa una modestissima nota che apre alla lettura del lavoro di uno degli ultimi discepoli della Cavallini, don Emanuele Musso, dottore in Teologia con Specializzazione in Spiritualità presso il Pontificio Istituto di Spiritualità Theresianum.

Il contributo di Giuliana Cavallini
agli studi cateriniani:

uno sguardo retrospettivo e prospettivo

Annotazioni previe

Giuliana Cavallini
Sant’Agostino (354-430), ad un certo punto della sua laboriosa e meticolosa opera De Trinitate, confessa che preferisce leggere piuttosto che scrivere1 . Anch’io avrei scelto di leggere gli studi cateriniani di Giuliana Cavallini (1908-2004), anziché scrivere su di essi. Ciò per una semplice ragione. I lavori della prof. Cavallini su S. Caterina da Siena (1347c.-1380)2 costituiscono un vero e proprio mare magnum et spatiosum, per dirla con un Salmo (103,25). Di conseguenza, sarò costretto, vuoi per ragioni di spazio vuoi per ragioni di tempo, a sceglierne alcuni, quelli che mi sembrano più adatti per far emergere il contributo originale di G. Cavallini agli studi cateriniani. Con la speranza di vedere questi scritti e di pensare su questi scritti. Detto altrimenti, con il desiderio, per prendere in prestito il titolo di un’opera del filosofo Francesco Bacone (1561-1626), di ottenere dei cogitata et vista.
In un primo momento della mia comunicazione tratterò dei vista, vale a dire di alcuni lavori di Giuliana Cavallini su Caterina. Ciò che ho definito nel sottotitolo di questa relazione come sguardo retrospettivo.


In un secondo tempo mi soffermerò sui cogitata, ovvero rifletterò su ciò che ancora manca per avanzare sul sentiero, già tracciato da G. Cavallini, degli studi cateriniani. E in ciò consiste lo sguardo prospettivo sugli studi cateriniani avviati dalla stessa Giuliana Cavallini.
Il primo momento di questa comunicazione è, a sua volta, suddiviso in tre parti. I lavori di G. Cavallini su Caterina da Siena, infatti, seguono tre piste. 1) Quella filologica, concernente la pubblicazione di edizioni critiche. 2) Quella della ricerca delle fonti dei concetti e delle immagini della Santa di Siena. 3) Quella, infine, dello studio della dottrina, della teologia cateriniana vista in se stessa. Svelato l’andamento di questa mia comunicazione, entriamo immediatamente in medias res.

 



S.S. Giovanni Paolo II e Giuliana Cavallini

I) Sguardo retrospettivo

1. Il contributo filologico
Incominciamo senza dubbio dall’edizione critica de Il Dialogo della divina Provvidenza ovvero Libro della divina dottrina. La prima edizione è del 1968. Ascoltiamo dalla stessa Giuliana Cavallini il racconto di come e perché nasce questa edizione del Dialogo e quali sono le novità che presenta:
«Nel 1964, le precedenti edizioni del Dialogo essendo esaurite, avevo accettato di curarne una nuova, che avrebbe potuto essere una semplice revisione della edizione Taurisano del 1947. Ma nell’estate partivo per gli Stati Uniti con incarichi d’insegnamento che mi impegnavano per 14 mesi: nessuna possibilità, quindi, di collazionare il testo col codice originario, il 292 della Biblioteca Casanatense. Nel gennaio 1965 mi veniva chiesta una serie di brevi articoli sul Dialogo e questo fatto sarebbe stato determinante per la futura edizione del «libro» cateriniano. Infatti, cercando un argomento da trattare in breve, cominciai a scorrere la «tavola» dei capitoli e fui colpita dal succedersi di tre elementi: petizione, risposta, ringraziamento. Fu come un lampo improvviso di luce: quella era la chiave dell’autentico schema del Dialogo. Ed era così logico: come dovrebbe articolarsi una trattazione in forma dialogica, se non secondo l’avvicendarsi dei due dialoganti nel proporre un argomento, nell’esporlo, nel ringraziare per la risposta e dallo stesso ringraziamento prendere le mosse per una nuova domanda? La cosa appariva talmente evidente da rendere quasi incredibile che nessuno se ne fosse accorto prima di allora. Ma bisognava provare ad adoperare la chiave per controllare se e come funzionasse. Mi misi subito al lavoro per vedere di ricavare lo schema del Dialogo dal succedersi dei tre elementi fondamentali, i quali ad un più attento esame si rivelavano associati ad altri che comprovavano l’ipotesi della loro funzione nell’architettura dell’opera: la esposizione dell’argomento terminava quasi sempre in un riepilogo della materia trattata, e il ringraziamento si espandeva in una lode intonata all’argomento stesso. Non fu cosa del tutto facile ricostruire lo schema, perché l’appartenenza di alcune parti non si presentava sempre così evidente da escludere la possibilità di una diversa collocazione. Ma tuttavia, basandomi esclusivamente su questi criteri interni, riuscii ad elaborare uno schema che era già, fondamentalmente quello della presente edizione. Anche la conferma della involontaria scoperta mi venne in modo impensato, quando, tornata a Roma, collazionai il testo sul codice Casanatense, senz’altro pensiero che di chiarire qualche punto dubbio o oscuro: mi accorsi ad un tratto che le iniziali grandi del codice coincidevano con le divisioni del mio nuovo schema. Una conferma così autorevole sarebbe bastata a far cadere se lo avessi avuto il dubbio sull’opportunità di adottare lo schema ritrovato. Ma veramente non avevo dubbi: lo schema s’imponeva per se stesso, perché nella sua aderenza alla struttura dell’opera ne metteva in luce la splendida unità, prima velata dai quattro posticci divisori dei “trattati”».3 


S.S. Giovanni Paolo II e Giuliana Cavallini

Sono, dunque, due le novità introdotte da Giuliana Cavallini nell’edizione del Dialogo del 1968: 1) la trascrizione del testo del Dialogo così com’è nel Casanatense 292 e 2) la scoperta dello schema “triadico” del Dialogo stesso – domanda, risposta, ringraziamento –. Fotografiamo più da vicino queste due novità.
1) «Questa edizione – scrive G. Cavallini – riproduce fedelmente il testo del codice 292 della Biblioteca Casanatense in Roma, ms. cartaceo del sec. XIV, di mm. 178 ×210, scritto a piena pagina in minuscola gotica italiana, con iniziali maggiori a penna in nero, e segni di capoverso ora in nero ora in rosso»4 . Il testo del Dialogo è compreso tra le carte 2-195.
Si tratta di un codice di primaria importanza per stabilire il tenore originario del dettato cateriniano del Dialogo, in quanto è stato scritto da Barduccio Canigiani, uno dei tre scrivani del Dialogo insieme a Stefano Maconi e Neri di Landoccio de’ Pagliaresi. Ora, si sa che Barduccio Canigiani è morto appena due anni dopo Caterina, nel 1382. Secondo lo studioso Motzo5 , poi, il testo del Dialogo presente nel Casanatense 292 è databile tra l’autunno del 1378 – periodo in cui termina la composizione del Dialogo – e il 1381. Siamo, dunque, in presenza del più antico testo del Dialogo a noi giunto, il quale possiede il grande pregio di essere stato scritto quando la Santa di Siena era ancora in vita o, al massimo, appena un anno dopo la sua morte.
 2) Come è risaputo, il testo del Dialogo era tradizionalmente diviso in quattro “trattati” e 167 capitoli. Questa divisione e suddivisione era evidentemente arbitraria e posticcia, in quanto il testo incluso sotto i primi due trattati non corrisponde affatto ai rispettivi titoli dei trattati stessi. In secondo luogo, in alcuni casi, i capitoli tagliano addirittura in due un periodo. A quanto pare, la divisione in 167 capitoli deriva direttamente dal codice T. II. 9 della Biblioteca Comunale di Siena. Si tratta di una divisione posteriore alla redazione del testo stesso, con l’aggiunta ai margini di rubriche che indicano il tema di ogni capitolo. La divisione in quattro trattati compare chiaramente nell’edizione a stampa del Dialogo, curata da Onofrio Farri di Venezia  – siamo nel 1579 –. Questa divisione in quattro trattati nasce nel seguente modo:  
«Egli [Onofrio Farri] – scrive Giuliana Cavallini – isola dalle rubriche dei capitoli le diciture relative ai «trattati», e le stampa in grossi caratteri, incorniciati di fregi […]. Messa così in evidenza, la parola «trattato» veniva ad assumere un significato diverso da quello che aveva avuto, originariamente, nella rubrica. Qui valeva semplicemente «ciò che si dice» di un determinato argomento; ora invece acquistava il significato di «trattazione», organica e completa, costituita da tutta quella porzione di testo che risultava compresa tra due successive enunciazioni della parola: significato del tutto arbitrario, diverso dalla realtà delle cose»6 .
Giuliana Cavallini, avendo scoperto lo schema autentico del Dialogo, proponeva già nella prima edizione del 1968 la seguente divisione: 1) Proemio (cc. 1-2); 2) La dottrina della perfezione (cc. 3-12); 3) Dialogo (cc. 13-25); 4) La dottrina del ponte (cc. 26-87); 5) La dottrina delle lacrime (cc. 88-97); 6) La dottrina della luce (cc. 98-109); 7) Il corpo mistico della santa Chiesa (cc. 110-134); 8) La Provvidenza divina (cc. 135-153); 9) Obbedienza (cc. 154-165); 10) Conclusione (cc. 166-167). 

Abbiamo appreso, dunque, che già nel 1968 Giuliana Cavallini aveva pubblicato l’edizione del Dialogo da lei curata. Questa edizione comprendeva la trascrizione del testo del Dialogo contenuto nel codice Casanatense 292 e la divisione dello stesso Dialogo secondo lo schema triadico scoperto dalla stessa Cavallini. Tuttavia questa prima edizione, pur costituendo un passo avanti negli studi cateriniani, non poteva ancora essere definita un’edizione critica. Mancavano, infatti, sia la collazione degli altri codici contenenti il Dialogo sia l’annotazione, a piè di pagina, delle varianti testuali. Dopo ventisette anni, nel 1995, Giuliana Cavallini pubblicava quella che può essere detta l’edizione critica del Dialogo di s. Caterina da Siena. Rileviamo le differenze, o meglio gli arricchimenti nei confronti della prima edizione del 1968.
1) Il Casanatense 292 è stato collazionato con altri importanti codici cateriniani, con la conseguente apparizione nel testo delle varianti testuali.
2) Le note a piè di pagina, concernenti passi paralleli, possibili fonti di immagini e concetti cateriniani, sono spiegazioni di senso di alcune espressioni del linguaggio cateriniano.
3) Novità, non sostanziali, sono presenti anche nella divisione del Dialogo. La sezione intitolata Dialogo inizia dal c. 14 e non più dal 13. La sezione riguardate Il corpo mistico della santa Chiesa incomincia dal c. 109 e non più dal 110. La motivazione di questi due “spostamenti” è spiegata da Giuliana Cavallini con queste parole: «Una più matura riflessione ha mostrato l’opportunità di attribuire questo capitolo [il 13] alla sezione precedente perché in esso Caterina esprime riconoscenza e lode per la dottrina ricevuta e formula la domanda che sarà argomento della sezione seguente, secondo un ordine di successione che rimarrà costante per tutta l’opera»7 . Per quanto riguarda il c. 109, «motivi analoghi a quelli esposti nella nota 8 hanno suggerito lo spostamento qui effettuato»8
4) Oltre a questo secondario “aggiustamento”, l’edizione del 1995 presenta una quadruplice suddivisione della sezione dedicata a La dottrina del ponte (cc. 26-87): 1) Cristo via di verità (cc. 26-30); 2) Quelli che vanno per il fiume (cc. 31-50); 3) I tre scaloni come potenze dell’anima (cc. 51-57); 4) I tre scaloni come stati dell’anima (cc. 58-87). 
Il lavoro filologico di Giuliana Cavallini sui testi di Caterina e intorno a Caterina, si estende, oltre al Dialogo, anche alle Orazioni9 e al Libellus de Supplemento10 di Tommaso di Antonio da Siena, detto il “Caffarini”.
Iniziamo dalle Orazioni. È risaputo, presso i cultori di S. Caterina, che le Orazioni, a differenza delle Lettere11 e del Dialogo, non sono state dettate dalla Santa ai discepoli. Erano pronunciate da Caterina in estasi e trascritte, quasi furtivamente dai discepoli che, di volta in volta, fungevano da scrivani. Queste Orazioni sono state riportate sia nella lingua senese sia in latino. Così scrive G. Cavallini: «Il testo delle Orazioni che qui si pubblica è il risultato del raffronto di tutti i codici, latini e volgari, mediante trascrizione parallela»12 . Difatti, Giuliana Cavallini ci offre l’edizione critica sia del testo in volgare che del testo in latino delle Orazioni. Continua l’insigne studiosa di cose cateriniane: «E finalmente le due versioni, italiana e latina, sono presentate a fronte per facilitare la retta interpretazione dei testi, essendo la traduzione latina opera degli stessi discepoli che trascrissero le parole di Caterina, ed erano familiari al suo linguaggio e al suo pensiero»13 .
Per quanto concerne, dunque, il testo delle Orazioni, l’edizione curata di G. Cavallini può dirsi definitiva, a meno che non si scopra un nuovo codice contenente le Orazioni che apporti qualche novità.
L’opera filologica di Giuliana Cavallini, notavamo, non si esplica solo sugli scritti di Caterina, ma anche sui i testi che concernono la Santa. Frutto di questa attenzione alle fonti della biografia della Senese è l’edizione critica del Libellus de Supplemento di Tommaso di Antonio da Siena, detto più comunemente e più brevemente il “Caffarini”. Questa edizione critica, portata a termine nel 1974 insieme a Imelda Foralosso, era davvero necessaria. Infatti, questo testo di Tommaso di Antonio, composto nella seconda decade del secolo XV, non era mai stato pubblicato per intero né nella versione originale in latino né nella traduzione in italiano. «E tuttavia l’opera è di grande interesse per gli studi cateriniani, non soltanto perché l’autore, contemporaneo e conterraneo di Caterina, vi registrò fatti attinti alla propria esperienza personale, ma anche e soprattutto perché egli ci ha tramandato – come è legittimo ritenere – un documento di primaria importanza e del quale non possediamo l’originale: i quaderni nei quali Tommaso della Fonte, primo confidente e consigliere della Senese sin dagli anni della singolare infanzia di lei, registrava quanto di notevole venisse a sua conoscenza»14 . Oltre che per questi motivi, l’edizione critica del Libellus è utilissima anche per completare l’edizione critica dei testi di frate Tommaso di Antonio da Siena su Caterina, e ottenere così una visione meno parziale della Caterina di Tommaso di Antonio da Siena. Nel 1942, infatti, si davano alle stampe l’edizione critica del Processo Castellano15 – che contiene ovviamente la deposizione di fra Tommaso di Antonio da Siena – e la cosiddetta Legenda minor della vita di Caterina, scritta dallo stesso Tommaso di Antonio da Siena16 . Bisognava aspettare il 1974 e la volontà e la capacità di fare di Giuliana Cavallini e Imelda Foralosso per completare il “trittico” con la pubblicazione dell’edizione critica del Libellus de Supplemento.

2. Il contributo sulla ricerca delle fonti del pensiero cateriniano

Concluso l’aspetto filologico degli studi cateriniani di Giuliana Cavallini, passiamo ad analizzare la seconda “facciata” della poliedrica indagine della Cavallini su Caterina da Siena: il problema delle fonti del pensiero cateriniano.
Nel 1978 Giuliana Cavallini annotava che l’indagine sulle fonti della dottrina di Caterina deve andar oltre i testi scritturali e i testi tomistici, in quanto «rimane aperta la possibilità d’indagine in altri campi, primo fra tutti quello della patristica»17 . Proprio sul versante dei testi scritturali e tomistici come possibili fonti del pensiero della Senese, si è impegnata la stessa Cavallini.
Prima di riassumere il contenuto di questi due studi di G. Cavallini, mi sembra opportuno citare qui quanto la stessa annotava brevemente e acutamente, sempre nel 1978, sul problema della fonti della dottrina cateriniana:
«La fonte maggiore del pensiero cateriniano è indubbiamente la Sacra Scrittura, principalmente il Nuovo Testamento. Numerosissime sono le reminiscenze evangeliche e paoline che affiorano dagli scritti cateriniani, ma è facile rintracciarvi pensieri e detti di sant’Agostino, di san Bernardo, o degli scrittori domenicani a lei più vicini come Domenico Cavalca o Iacopo da Varazze. Particolarmente notevole la vena tomistica che fluisce nel discorso della Senese, né è possibile escluderne qualche riflesso dantesco»18 .
Nel Congresso Internazionale di Studi Cateriniani che si tenne il 24-25 aprile 1980 a Siena e il 26-29 aprile dello stesso anno a Roma, in occasione del seicentesimo anniversario del dies natalis di Caterina da Siena, Giuliana Cavallini affrontava il tema delle Fonti neotestamentarie degli scritti cateriniani19. In questa comunicazione la prof. Cavallini, prendendo avvio da alcune Tesi di Laurea20 , faceva delle annotazioni molto interessanti: «Data la difficoltà della Senese per la lettura, ci si può chiedere in quale modo ella abbia attinto la vasta conoscenza della Sacra Scrittura che dimostra di avere [così come dimostrano, appunto, le Tesi di Laurea citate in nota], e sembra legittimo pensare che i principali veicoli siano stati la predicazione e la liturgia».
Se si prendono in considerazione i versetti che appartengono a un solo vangelo, Giovanni detiene il primo posto con 50 riferimenti nelle Lettere e 38 nel Dialogo. Fatta questa constatazione, leggiamo ancora una volta quanto scrive G. Cavallini: «Qui intendo solo esaminare l’uso che Caterina ha fatto di alcuni testi e il suo modo di interpretarli. E poiché, come si è detto, quelli appartenenti solo al vangelo di S. Giovanni sono in maggior numero, prendo in esame alcuni di essi, ed i commenti che ne hanno dato S. Agostino e S. Tommaso per un raffronto con la interpretazione cateriniana». Non seguo in questa sede l’interessantissima disamina che G. Cavallini compie. Ciò che mi sta più a cuore sono, invece, le conclusioni a cui giunge e il metodo che ci consegna. L’insigne studiosa ci ha indicato la via. Sarebbe estremamente interessante ed utile raffrontare tutti i brani scritturali citati e interpretati da Caterina con quanto prima di lei hanno detto S. Agostino (354-430) e S. Tommaso (1225c.-1274). Bisogna rilevarlo: in questo campo siamo ancora agli inizi. Occorre analizzare, seriamente ed esaustivamente, il modo cateriniano di fare esegesi.
Leggiamo adesso le conclusioni dello studio di G. Cavallini:
«Da quanto sopra esposto si può concludere: che tutta la dottrina cateriniana è saldamente basata sulla Sacra Scrittura; che Caterina adopera le fonti scritturistiche in modo molto personale e libero, con la padronanza di chi, avendone profondamente assimilato il pensiero, non si sente legato alla lettera; che la estesa conoscenza della Bibbia da parte della Senese, malgrado la sua difficoltà ad accedere direttamente ai testi, postula l’uso costante della Bibbia nella predicazione del suo tempo»21.
Nondimeno, ci avverte la insigne studiosa di cose cateriniane, il cammino da percorrere è ancora lungo: «Questo brevissimo saggio può far intuire la fecondità di una ricerca sistematica nel campo, tuttora praticamente inesplorato, delle fonti bibliche e patristiche della dottrina cateriniana, come pure  delle derivazioni da altri autori, e particolarmente da S. Tommaso»22.
Nel 1972 la rivista Divus Thomas, pubblicava un rilevante contributo di G. Cavallini circa il rapporto tra la dottrina di S. Caterina da Siena con quella di S. Tommaso d’Aquino23. Il raffronto è limitato ad un solo tema: la dottrina dell’amore. «Le eventuali convergenze – nota G. Cavallini – non staranno a dimostrare uno studio delle opere di S. Tommaso da parte della Senese – il che, come già si è detto, è con ogni probabilità da escludersi – ma potranno essere indicative, sia di argomenti trattati nella predicazione e per quella via pervenuti a Caterina, sia di convinzioni comuni ai due Santi, maturate attraverso una esperienza mistica vissuta dall’uno e dall’altra indipendentemente»24. Questa posizione è ripresa ed esplicitata alla fine dell’articolo: «Qui basterà notare che le concordanze sono sempre piuttosto sostanziali che formali, e che delle stesse somiglianze emergono le caratteristiche diverse dei due autori […]. Queste sfumature di pensiero riflettono una diversa «forma mentis», che è a sua volta riflesso di diverse esperienze vissute. Tommaso è l’uomo di studio, che espone con rigore scientifico ciò che ha indagato alla luce intellettuale della ragione e della fede; Caterina invece ha acquistato la nozione delle esigenze dell’amore esercitando l’amore, curando gli infermi ributtanti e malvagi: il dono di sé è per lei una realtà vissuta eroicamente […]. Perciò diverso è lo stile dei due nel dialogare con l’altro: Tommaso sollecita l’interlocutore nell’intelletto mediante la chiarezza di un discorso logico; Caterina lo coinvolge in tutte le sue potenze con la preponderanza della immagine. Ma il pensiero rimane sostanzialmente il medesimo, e le due grandi anime sembrano fatte per completarsi a vicenda. A osservarle da vicino, così nelle convergenze come nelle divergenze, si prova il fascino delle cose grandi e l’ebrezza delle  alte vette»25.
La posizione di G. Cavallini è, dunque, intermedia fra chi ritiene che la dottrina di Caterina non abbia nulla in comune con quella dell’Angelico – la posizione di Louis Canet26 –, e chi, per contro, considera Caterina come una sorta di “volgarizzazione”, in tutto e per tutto, della dottrina di S. Tommaso – vicino a questa posizione è il domenicano Hurtaud27 –. È indubbio, afferma G. Cavallini, che sussiste una certa affinità tra le due dottrine, tomistica e cateriniana, sull’amore. Un’affinità sostanziale. Questa somiglianza, del pensiero di Caterina con quello dell’Angelico, non è certamente causata da una eventuale lettura e studio degli scritti di S. Tommaso da parte di Caterina. È determinata, invece, dalla predicazione dei domenicani e dall’esperienza dell’amore di Dio e del prossimo vissuta dai due Santi.

3. Il contributo sulla dottrina cateriniana

Per quanto riguarda la dottrina cateriniana, G. Cavallini l’ha analizzata sia per intero28 che settorialmente. Mi limiterò solo ad alcune considerazioni di G. Cavallini sulla cristologia cateriniana, in quanto, come scrive la stessa: «Perfino un rapida lettura del Dialogo mostra la primaria importanza di Cristo e della sua dottrina nel pensiero di Caterina»29.
La cristologia cateriniana è ovviamente fondata sui dati della Sacra Scrittura, particolarmente sul versetto giovanneo «Io sono la via, la verità e la vita» (Gv 14,6), così spesso ripetuto da S. Caterina30. Inoltre, la cristologia della Senese è concentrata su i due mysteria fondamentali del Cristo: il mysterium incarnationis e il mysterium paschale. «Il Verbo incarnato – scrive G. Cavallini – è essenzialmente colui che rivela la carità divina, e nella luce di questa rivelazione c’insegna a camminare per la via dell’amore. Ma durante la vita terrena del Cristo la dottrina di verità rimane quasi velata: si manifesterà in modo abbagliante sulla croce»31.
Giuliana Cavallini, che ha studiato a fondo la struttura del Dialogo e ha trascritto e pubblicato, come abbiamo già annotato supra, il manoscritto più antico contente lo stesso Dialogo – il Casanatense 292 –, non poteva non esaminare l’immagine cateriniana del Cristo-ponte. Ecco quanto annota puntualmente e puntigliosamente al riguardo: «La “dottrina del ponte” costituisce la parte centrale e più sviluppata del “Libro” cateriniano, e la più ricca di contenuto. Il suo significato e la sua portata acquistano rilievo quando essa viene considerata nel contesto generale dell’opera»32. E ancora: «La immagine del ponte, forse la più decisamente soteriologica tra le figure del Cristo, sottolinea il carattere di rivelatore e attuatore della verità che è proprio del Verbo incarnato»33. Acutamente G. Cavallini nota come l’immagine del Cristo-ponte, che congiunge in sé e per noi Dio e l’uomo, indichi in Caterina «la funzione insostituibile del ponte, che non è una via tra molte possibili, ma è l’unica via»34.
Successivamente, l’insigne e acuta studiosa di S. Caterina passa in rassegna un’altra famosa immagine cristologica cateriniana: il Crocifisso come scala. «Cristo – afferma G. Cavallini –, come si è fatto ponte, ha fatto pure scala di sé, attenuando così l’asprezza dell’ascesa: ogni gradino è una manifestazione di amore che, con la sua dolcezza, invita il pellegrino e lo aiuta a superare la pesantezza che attira al basso»35.
Terminando le sue puntuali osservazioni sul “Cristo dolce Gesù” di Caterina, così scrive Giuliana Cavallini: «A conclusione di questa breve e necessariamente lacunosa esposizione possiamo dunque dire che il Cristo di Caterina è essenzialmente il Verbo di verità che salva l’uomo attraendolo a Sé con la rivelazione dell’amore divino, di quell’amore che ha condotto Lui, in obbedienza al Padre, a prendere per sposa l’umana generazione assumendo la natura umana, a redimerla nella passione dolorosa, a rimanere con lui, nella sua Chiesa, per sempre»36.

II) Sguardo prospettivo

A questo punto nasce una domanda: che cosa rimane ancora da studiare della vita e degli scritti di Caterina da Siena? Giuliana Cavallini non ha forse esaurito il campo di indagine? Il suo contributo agli studi cateriniani – lo abbiamo appena visto, sia pur brevemente – è davvero notevole e poliedrico. Basti pensare agli studi in campo filologico, di ricerca delle fonti, di esposizione della dottrina teologica della Senese. Eppure, il continente cateriniano è ancora, e direi in gran parte, da esplorare. Mi spiego meglio. Inizio dal settore filologico.
I contribuiti scientifici che Giuliana Cavallini ci ha donato nella seconda edizione del Dialogo sono davvero notevoli.
1) La trascrizione del testo più antico e autorevole del Dialogo stesso, vale a dire quello contenuto nel Casanatense 292.
2) La collazione di altri importanti codici cateriniani per ricostruire il tenore originario del Dialogo: il T. II. 9 della Biblioteca Comunale di Siena e il T. 6. 5. della Biblioteca Estense di Modena.
3) La riscoperta dello schema autentico - con il suo andamento triadico di domanda di Caterina, risposta di Dio Padre, ringraziamento della Santa – del Dialogo, ignorato per secoli.
4) La riscoperta della originaria struttura del Libro cateriniano, induce Giuliana Cavallini a confermare sostanzialmente l’ipotesi di Eugenio Dupré Theseider37, che pone l’inizio della composizione del Dialogo tra il dicembre del 1377 e la primavera del 1378 e il suo completamento nell’agosto-ottobre sempre del 1378.
5) L’unita contenutistica-formale del Dialogo e l’indubitabile “impronta” cateriniana. 
Nonostante Giuliana Cavallini abbia raggiunto notevoli risultati, alla fine dell’Introduzione alla sua seconda edizione del Dialogo, la stessa studiosa dichiarava: «Rimane tuttavia quanto notavo nel ’68, cioè il Dialogo riportato alla sua genuina struttura non segna un punto di arrivo ma piuttosto un punto di partenza per ulteriore ricerca»38.
Possiamo legittimamente chiederci: in che senso, il testo del Dialogo stabilito da Giuliana Cavallini è un punto di partenza? Che cosa manca a quel testo? La risposta, mi pare, può essere articolata a più livelli: da un punto di vista filologico, critico-storico e dottrinale-teologico.
Secondo la prospettiva filologica, bisognerebbe, per scrupolo scientifico, collazionare gli altri codici cateriniani contenenti il Dialogo. Codici certamente meno importanti, in quanto più tardivi e dipendenti dai più antichi. Tuttavia, occorre farlo. Del resto la stessa Cavallini ci avverte di aver collazionato solo «alcuni [scil. codici] tra i più importanti»39. Inoltre, sappiamo che Giuliana Cavallini ha «occasionalmente consultati, per risolvere problemi di punteggiatura o altri»40 le prime traduzioni latine del Libro cateriniano: quella di Raimondo da Capua presente nel codice XIV. 24., del sec. XIV, dell’Archivio O.P. di Roma, la traduzione è limitata solo ai primi capitoli a causa della morte di Raimondo; quella di Stefano Maconi nel codice 134 (B 120), del XIV – XV sec., della Biblioteca Nazionale di Madrid; quella del notaio Ser Cristofano di Gano Guidini nel codice T. II. 4., del sec. XV, della Biblioteca Comunale di Siena.
Mi sia permesso, a questo punto, di richiamare alla mente uno degli ultimi colloqui che ho avuto con G. Cavallini. Ebbene, in quell’incontro Giuliana Cavallini sosteneva che occorre trascrivere queste prime traduzioni latine del Dialogo. Successivamente, bisogna disporre su quattro colonne il testo in lingua senese del Casanatense 292 e le tre traduzioni latine, in modo tale da facilitare una loro consultazione sinottica. Ciò è interessante – mi confidava – non solo per studiare il diverso modo di tradurre lo stesso vocabolo cateriniano, ma anche per dimostrare come il modus dicendi, soprattutto quello di Raimondo da Capua, sia differente da quello cateriniano. Così è provato, anche dal punto di vista linguistico, che lo stesso Raimondo non abbia influenzato o addirittura interpolato il testo della Senese. Inoltre, sarebbe cosa notevole cercare di fare una retroversione dal latino all’italiano cateriniano, per comprendere quale testo in lingua senese avessero davanti i tre traduttori della Santa. Forse quello tramandatoci dal  Casanatense 292 o un altro? È una domanda a cui si potrà rispondere solo componendo questa sinossi.
Per quanto, poi, concerne le fonti della dottrina cateriniana, abbiamo visto come G. Cavallini addita due veicoli attraverso i quali Caterina ha fatto propria la Sacra Pagina: la liturgia e la predicazione. Con una differenza direi da non trascurare. Per mezzo della liturgia – in particolare la liturgia eucaristica e la recita del Breviarium – la Senese entra in contatto solo con i brani scritturali, mentre attraverso la predicazione, questi stessi brani biblici, le pervengono già meditati e interpretati. Sarebbe quindi interessante studiare la predicazione domenicana – soprattutto in Toscana – del Duecento e del Trecento, per rendersi conto fino a che punto Caterina ha accolto l’interpretazione della Sacra Scrittura presentata dai predicatori del suo tempo. Per questo motivo, G. Cavallini commentava: «L’altro veicolo [scil. oltre la liturgia], la predicazione, meriterebbe di essere studiato a fondo, perché è molto probabile che i testi di cui Caterina è venuta a conoscenza per questo tramite, siano giunti a lei con una particolare coloritura esegetica. È questo un procedimento che richiederebbe una laboriosissima indagine. Ma si potrebbe anche procedere in senso inverso, e dal patrimonio scritturistico di Caterina dedurre quale dovesse essere il contenuto biblico della predicazione nel suo tempo»41.
Inoltre, sarebbe molto interessante continuare il raffronto tra il pensiero di Caterina da Siena e quella di Tommaso d’Aquino. Confronto, come già sappiamo, iniziato dalla prof. Cavallini, ma limitato solo alla dottrina dell’amore. Il campo di lavoro è vasto e in gran parte ancora inesplorato.
Per quanto, infine, riguarda l’ambito della dottrina cateriniana il cantiere è, anche in questo caso, ancora aperto. Ritengo, infatti, che tematiche cateriniane già trattate siano da rivedere e da approfondire. Non è sufficiente inanellare citazioni di brani cateriniani, perché uno studio possa dirsi esaustivo o quanto meno abbia un certo colore di scientificità. Occorre raffrontare i testi cateriniani con brani di altri autori – patristici e medievali – per rintracciare possibili fonti. È necessario, inoltre, e finora non è stato fatto in modo completo, tentare di delineare il pensiero cateriniano nel suo sviluppo cronologico. Anche se l’approccio diacronico all’Opera Omnia cateriniana rimane ancora oggi problematico. Mentre abbiamo una relativa sicurezza sulle date di composizione del Dialogo e delle Orazioni, incerta e alquanto ipotetica, per contro, permane la cronologia delle Lettere di Caterina42.
Oltre a questo esame storico-critico, sarebbe quanto mai opportuno e interessante, sottoporre i testi cateriniani, perché no, all’analisi semiotica. Penso, per esempio, al cosiddetto quadrato semiotico43. Concludo dicendo semplicemente: c’è ancora tanto da lavorare. 

Nota conclusiva

Ci sono, dunque, regioni, spazi del continente cateriniano ancora da scrutare, sentieri ancora da percorrere.
Nondimeno, abbiamo tentato di tracciare una mappa. Una cartina che ci indica almeno tre vie privilegiate da seguire: filologia, ricerca delle fonti, dottrina. Modificando leggermente una poesia inedita di Maria Luisa Spaziani – ma riportata a mo’ di esergo in un libro di Rita Levi-Montalcini44 – possiamo affermare che la ricerca della verità non ha colonne d’Ercole, «perché – per dirla con Caterina da Siena – al conoscimento seguita l’amore»45.

 

Roma, 3 ottobre 2004
Don Emanuele Musso

1 Agostino, s., De Trinitate III Prooemium 1.

2 Circa la data di nascita di Caterina, dopo le contestazioni di R. Fawtier, (Sainte Catherine de Sienne: Essaie de critique des sources. Sources hagiographiques, vol. I, Paris 1921), è nata una querelle. Tuttavia, oggi la critica ha raggiunto, in proposito, alcuni traguardi, così sintetizzati da E. Dupré Theseider: «Nella Legenda maior di frate Raimondo da Capua, che possiamo considerare la sua [di Caterina] biografia ufficiale, troviamo, a proposito della sua morte (1380), la specificazione «ad tricesimum tertium aetatis annum, in quo ex hac luce migravit»: dunque C[aterina] sarebbe nata nel 1347. Un altro biografo, frate Tommaso Caffarini (Legenda minor), fornisce la medesima data – assai probabilmente derivata dalla precedente leggenda – ma accompagnandola con un prudente circiter. Un Anonimo fiorentino, autore dei Miracoli della beata C[aterina], ci fa sapere che nel 1374 ella era «d’etade di venzette anni», e non pare che sia stato influenzato dalle due leggende suddette. Concordia dunque delle principali fonti, circa la data iniziale e quindi la durata della vita di C[aterina]: 33 anni. Robert Fawtier non presta loro fede incondizionata a quella data di nascita e propone di arretrarla di circa 10 anni, ritenendo che così si spiegherebbero meglio una serie di episodi della vita di C[aterina], specie per i suoi primi decenni. Tale presa di posizione è stata sottoposta a serrata critica (Jordan, Madonnet, Taurisano), e si è compreso che non vi è motivo di escludere che C[aterina] sia effettivamente nata nel 1347 e morta a 33 anni. Gli è che i suoi primi biografi, più solleciti nell’esaltare la santa che non accurati nel precisarne la cronologia, arricchirono il constatato dato di fatto mettendolo in parallelo con pie “conformità”, come quella con gli anni di Gesù Cristo, forse, ma certamente con la durata del ritiro nel deserto di Maria Maddalena, al culto della quale la C[aterina] prestava una particolare devozione»: Caterina da Siena, in Dizionario Biografico degli Italiani, vol. XXII, Roma, Istituto Enciclopedico Treccani, 1976, 361. Il primo, a quanto ne sappiamo, a rispondere a R. Fawtier con solidi argomenti è stato E. Jordan, «La date de naissance de sainte Catherine de Sienne», in Analecta Bollandiana 40 (1922) 365-411. Trascriviamo solo la conclusione del suo puntiglioso e documentato studio: «En somme, c’est toute la suite de sa vie spirituelle et religieuse qu’il s’agit de bouleverser. Mais il est bien improbable que Raymond de Capuoe et l’anonyme florentin se soient trompés ou nous aient menti tous les deux, indépendamment l’un de l’autre, et dans le même sens, sur le point qui devait leur paraître le plus important. Nous nous en tiendrons donc, jusqu’à nouvel ordre, à la chronologie traditionnelle. Il va de soi, que personne aujourd’hui n’attache d’importance aux belles réflexions qu’elle suggère à Caffarini. Ce n’est pas une preuve ou une condition de sainteté que de mourir à trente-trois ans. Et nous ne ferons aucune difficulté, en maintenant pour la naissance la date de 1347, d’accepter le prudent circiter qu’y ajoute le pape Pie II, dans la bulle de canonisation», 410-411. 

3 G. Cavallini, «Introduzione», in Caterina da Siena, s., Il Dialogo della divina provvidenza ovvero Libro della divina dottrina, a cura di G. Cavallini, Siena, Cantagalli, 1995, XVI-XVII. La prima edizione era stata pubblicata a Roma, Edizioni Cateriniane, 1968

4 G. Cavallini, «Introduzione», in Caterina da Siena, s., Il Dialogo,cit., XL.

5 Cf. B. R. Motzo, «Per un’edizione critica delle opere di S. Caterina da Siena», in Annali della Facoltà di Filosofia e di Lettere della R. Università di Cagliari 1930-31, 111-141.

6 Cavallini, «Introduzione», in Caterina da Siena, s., Il Dialogo,cit., XIV.

7 Ibid., XIX n. 8.

8 Ibid., XII n. 9.

9 Caterina da Siena, s., Le Orazioni, a cura di G. Cavallini, Roma, Edizioni Cateriniane, 1978. 

10 Thomas Antonimi de Senis «Caffarini», Libellus de Supplemento Legende Prrolixe Virginis Beate Catherine [sic!] de Senis, a cura di I. Cavallini – I. Foralosso, Roma, Edizioni Cateriniane, 1974. 

11 Attualmente, l’onere di portare a compimento l’edizione critica dell’intero Epistolario è del prof. A. Volpato dell’Università di Roma. Purtroppo, mentre scriviamo, l’edizione critica non è stata ancora data alle stampe, tuttavia è presente nel CD-ROM Santa Caterina da Siena, Opera Omnia. Testi e concordanze, a cura di F. Sposini, Pistoia 2002, dal quale ricaveremo le citazioni. Tuttavia, siamo ancora in attesa della pubblicazione a stampa della lezione critica delle 383 - tante ne conta Volpato - Lettere, che conterrà anche l’apparato delle varianti testuali, che, ovviamente, non sono contenute nel CD-ROM suddetto.

12 G. Cavallini, «Introduzione», in Caterina da Siena, s., Le Orazioni, cit., XVIII.

13 Ibid., XIX.

14 Thomas Antonimi de Senis «Caffarini», Libellus de Supplemento, cit., V. Il maiuscoletto è del testo.

15 Aa.Vv., Il Processo Castellano con appendice di Documenti sul Culto e la Canonizzazione di S. Caterina da Siena, a cura di M. H. Laurent, Milano, Bocca, 1942. 

16 Tommaso di Antonio da Siena (Caffarini), Sanctae Catharinae Senensis legenda minor, a cura di E. Franceschini, Milano, Bocca, 1942.

17 G. Cavallini, «Introduzione», in Caterina da Siena, s., Le Orazioni, cit., XIX.

18 G. Cavallini, «Introduzione», in Caterina da Siena, La verità dell’amore, a cura di G. Cavallini, Roma, Città Nuova, 1978, 54-55.

19 G. Cavallini, «Fonti neotestamentarie degli scritti cateriniani», in Aa.Vv., Congresso internazionale di studi cateriniani. Siena - Roma 24-29 aprile 1980. Atti, Roma 1981, 44-59.

20 A. Morrone, Fonti evangeliche dell’Epistolario cateriniano, Tesi di Laurea discussa nell’Istituto Universitario Pareggiato di Magistero Maria SS. Assunta in Roma nell’Anno accademico 1971-72; F. Ascoli, Fonti paoline dell’Epistolario cateriniano, Tesi di Laurea discussa nell’Istituto Universitario Pareggiato di Magistero Maria SS. Assunta in Roma nell’Anno accademico 1972-73; P. Rocca, Fonti evangeliche del «Dialogo» di S. Caterina da Siena, Tesi di Laurea discussa nella Facoltà di Lettere della Università di Roma nell’Anno accademico 1973-74.

21 G. Cavallini, «Fonti neotestamentarie degli scritti cateriniani», cit., 59.

22 Ibid., 58.

23 G. Cavallini, «La dottrina dell’amore in S. Caterina da Siena: concordanze col pensiero di S. Tommaso d’Aquino», in Divus Thomas 75 (1972) 369-388.

24 Ibid., 370.

25 Ibid., 388.

26 Cf.: «Il n’y a pas chez sainte Catherine un mot, je dis un seul mot, qui décèle une influence spécifiquement thomiste»: Fawtier R. - Canet L., La double expérience de Catherine Benincasa, Paris, Gallimard, 1948, 248.

27 Cf.: Le Dialogue de Sainte Catherine de Sienne, traduction novelle de l’italien par le R. P. J. Hurtaud, O. P., Paris, Téqui, 1975, XVII-LXXXIV. Ci siamo serviti di una ristampa, la prefazione e la traduzione erano state pubblicate per la prima volta a Parigi nel 1913. L’anno di pubblicazione lo si evince dall’Imprimatur.

28 È sufficiente qui ricordare solo due testi: G. Cavallini, «Introduzione», in Caterina da Siena, La verità dell’amore, cit., 9-60; G. Cavallini, Catherine of Siena, London, Geoffrey Chapman, 1998. In questo lavoro, la prof. Cavallini passa in rassegna, dopo aver redatto una tavola cronologica concernente la vita di caterina e gli avvenimenti storici a lei coevi, i seguenti argomenti presentati in 8 capitoli: gli scritti di Caterina; la ricerca della verità; l’antropologia; l’immagine dell’albero; la cristologia; l’ecclesiologia; la polita; l’amore perfetto.  

29 «Even a cursory reading of the Dialogue can show the primary relevance of Christ and his doctrine in Catherine’s thought»: G. Cavallini, Catherine of Siena, cit., 67.

30 Cf. Ibid., 68.

31 G. Cavallini, «Il Cristo dolce Gesù di Caterina da Siena», in Gesù Cristo mistero e presenza, a cura di E. Ancilli, Roma,  Teresianum, 1971, 493.

32 Ibid., 497.

33 Ibid., 499.

34 Ibid., 500.

35 Ibid., 501-02.

36 Ibid., 509.

37 E. Dupré Theseider, «Sulla composizione del “Dialogo” di Santa Caterina da Siena», in Giornale Storico della Letteratura Italiana 117 (1941) 161-202. 

38 G. Cavallini, «Introduzione», in Caterina da Siena, s., Il Dialogo,cit., XLVII.

39 Ibid., XLV.

40 Ibid., XLVI.

41 G. Cavallini, «Fonti neotestamentarie degli scritti cateriniani»,cit., 48-49.

42 Sono state elaborate differenti cronologie delle Lettere cateriniane, le quali, purtroppo, ci sono pervenute nella loro quasi totalità prive della data di composizione. Ecco, in ordine di tempo, le diverse proposte circa la cronologia dell’Epistolario di Caterina. Caterina da Siena, s., Le Lettere di S. Caterina da Siena ridotte a nuova lezione e in ordine nuovo disposte con note di Niccolò Tommaseo, a cura di P. Misciattelli, 6 voll., Siena 1913-19212. E. Sommer von Seckendorff, Die Kirchenpolitishe Tätigkeit der Heiligen Katharina von Siena unter Papst Gregor XI (1371-1378). Ein Versuch zur Datierung ihrer Briefe, Berlin-Leipzig 1917; l’autrice stabilisce solo la cronologia delle Lettere che Caterina ha inviato a Gregorio XI (una trentina circa). R. Fawtier, Sainte Catherine de Sienne, essai de critique des sources. Les œuvres de Sainte Catherine de Sienne, vol. II, Paris 1930. E. Dupré Theseider (a cura di), Epistolario di Santa Caterina da Siena, vol. I, Roma 1940; purtroppo l’opera è rimasta incompiuta a causa della morte del curatore, contiene infatti solo 86 Lettere, dal 1367-1374 a tutto il 1376. S. Noffke (a cura di), The Letters Catherine of Siena, 2 voll., Arizona 2000-2001; il lavoro attente di essere completato. Si tratta, anzitutto, di una traduzione in americano delle Lettere della Senese. La studiosa, inoltre, per stabilire la cronologia dell’Epistolario cateriniano, utilizza oltre ai criteri storici anche quelli filologici.

43 Cf., per esempio: U. Volli, Manuale di semiotica, Roma-Bari, Laterza, 20022, 65-72.

44 Cf. R. Levi-Montalcini, Abbi il coraggio di conoscere, Miliano, Rizzoli, 20042, 10. 

45 Caterina da Siena, s., Il Dialogo, cit., I, 7-8.

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